L'impresa diventa digitale Il BIM nel processo ideativo delle aziende

Regina De Albertis
L’impresa diventa digitale 
Il lungo periodo di difficoltà affrontato dal nostro Paese, che ha investito tutta la filiera delle costruzioni, sta modificando radicalmente lo scenario economico.
E’ cambiata la domanda, sia quella dei consumatori finali che quella dei committenti del mercato delle costruzioni, pubblici o privati,: un cambiamento negli stili di vita e di lavoro, ma anche nella catena del valore, ovvero nei rapporti di filiera.
Nel comparto immobiliare residenziale si registrano i processi più evidenti: il mercato è crollato ed è più selettivo; nell’acquisto dell’abitazione sempre più incidono valutazioni sul piano prestazionale e sulla intrinseca capacità del bene di generare ricchezza nel tempo grazie alla qualità del prodotto. Assume un nuovo peso anche la gestione del costruito che si pone come condizione essenziale per garantire ed incrementare la redditività degli immobili lungo il loro ciclo di vita.
Un cambiamento che pervade tutti i comparti dell’edilizia e che chiama le imprese a realizzare prodotti efficienti e sostenibili, innalzandone le prestazioni e riducendo i costi di realizzazione e gestione. Per raggiungere questi obiettivi è indispensabile che le imprese di costruzione cambino il modo di gestire il processo produttivo, migliorando il controllo sulle diverse fasi del processo e sviluppando una rinnovata sinergia con l’intera filiera delle costruzioni.
Rimettere in discussione il modello produttivo è la prima strada da imboccare, una strada non facile e che comporta un cambio nella cultura del fare impresa: la progettazione deve essere integrata con la produzione e la produzione deve avvalersi delle conoscenze e competenze della filiera di fornitura di beni e servizi. L’impresa generale deve ritornare a generare valore, deve cioè saper generare innovazione. Le difficoltà di industrializzazione di prodotto, peculiari del settore delle costruzioni, rendono ancora più stringente la necessità di rinnovare i sistemi di impresa, ridando una dignità industriale all’intero processo di produzione edilizia.
L’impresa diventa digitale
L’Edilizia 4.0 e la necessità di innovazione dei processi
Per il settore delle costruzioni l’Industria 4.0 (o forse si potrebbe dire l’Edilizia 4.0) è sinonimo di un cambiamento radicale del modello di filiera che abbandoni l’individualismo (che porta spesso alla conflittualità) tra i diversi soggetti per passare a un nuovo rapporto basato sull’integrazione collaborativa.
Il Building Information Modelling Per questo cambiamento, oggi disponiamo di nuovi strumenti informatici che permettono la gestione integrata e informatizzata delle attività, nota come BIM, Building Information Modelling/Management.
Si tratta di un nuovo modo di organizzazione del processo costruttivo attraverso procedure standardizzate di lavoro che permettono un vero controllo dell’intero ciclo: il cantiere diviene una delle fasi di un unico processo logico che va dall'ideazione del prodotto alla sua dismissione.
Di fatto, introdurre il BIM in azienda vuol dire implementare, nelle fasi della progettazione, realizzazione e gestione della commessa, il concetto di interoperabilità: i software BIM, infatti, consentono a tutti i diversi operatori che intervengono nel processo produttivo edile di comunicare con il medesimo linguaggio.
Ma non basta certo acquistare un software per innovare il processo: è necessario che vi sia una chiara strategia aziendale che punti ad ottenere una gestione integrata delle informazioni tra i diversi attori della filiera. Le informazioni di progetto devono essere utilizzate efficacemente durante le fasi in cui sono create e devono poi essere tramandate alle fasi e alle figure che le succedono, riducendo la frammentazione e la perdita delle informazioni stesse con il conseguente aumento dell’efficienza del processo produttivo nel suo complesso. Ma non solo: le informazioni prodotte sotto forma di oggetti o di sistemi di prodotto digitali possono e devono essere riutilizzate nei progetti successivi, aumentando così la diffusione delle conoscenze. Allo stesso tempo, il miglioramento del contenuto informativo e delle caratteristiche prestazionali dei singoli oggetti, dato dalle continue applicazioni in opera, porta allo sviluppo di un know-how di impresa sempre più preciso e funzionale.
L’adozione di tale strumento permette di ottenere significativi benefici che in generale si possono riassumere in “maggiore qualità del processo e dell’opera”, ovvero:
-minori tempi di realizzazione;
-minimizzazione delle occasioni di errore a livello progettuale/costruttivo e maggiore rispondenza dell’opera alle esigenze della Committenza;
-minori costi;
ma anche maggiore competitività della filiera delle costruzioni sui mercati esteri.

Il BIM nel mondo
In modalità “BIM” si eseguono oggi le più importanti opere di ingegneria ed architettura del mondo: è realtà in molti mercati emergenti (tra cui il Medio Oriente) ma anche in quello americano, australiano e parte di quello comunitario. Il nostro Paese è in notevole ritardo rispetto ai suoi “competitor” internazionali ed europei.
..e in Italia:
l’indagine Ance Un’indagine dell’Ance all’interno del proprio sistema associativo ha evidenziato alcuni numeri di questo ritardo.
Nel 70% circa delle Associazioni territoriali c’è una conoscenza di base di che cosa sia il BIM, ma tale percentuale si riduce drasticamente quando viene indicato il numero di imprese che utilizzano realmente il BIM.
In media solo 4 Associazioni su 10 hanno comunicato che ci sono sul proprio territorio Imprese (poche) che adottano il BIM, soprattutto di medio-grandi dimensioni.
Non va meglio, anzi va molto peggio sul lato committenza, sia pubblica che privata: qui l’interesse e la conoscenza del BIM sono molto bassi o addirittura nulli per il 76% delle realtà territoriali.
Ne emerge un quadro con notevolissime opportunità di crescita, purché si superino alcuni ostacoli iniziali tra cui una barriera sicuramente di tipo “culturale”.
Ma questo ritardo non può essere recuperato calando, su una struttura della filiera caratterizzata da piccole realtà, modelli organizzativi sviluppati in Paesi con strutture di filiera molto diverse da quella italiana. È necessario, quindi, individuare e sviluppare nuovi modelli e figure professionali in grado di guidare le nostre imprese verso una diversa strutturazione dei processi, dando la sicurezza che la strada intrapresa sia percorribile e porti, al suo termine, al ritorno degli investimenti sostenuti.
L’Italia potrà giocare la sfida della digitalizzazione del settore delle costruzioni solo se saprà accompagnare tutta la filiera verso un nuovo modo di fare impresa, se saprà mettere in primo piano i rapporti tra gli attori della filiera dando nuova dignità alle imprese di costruzione che devono riacquistare il controllo di quanto progettato ed eseguito, eliminando la condizione di meri esecutori del prodotto edilizio.
Due “miti” sul BIM da sfatare In primo luogo, contrariamente a quanto comunemente qualcuno crede, il BIM è uno strumento che non è rivolto ai soli progettisti, ma è di grande utilità per tutti gli operatori della filiera dell’edilizia, ciascuno ovviamente per la sua parte di competenza.
Il BIM è infatti sinonimo di interoperabilità, oltre che di ottimizzazione di processo, di conseguenza è fondamentale, laddove possibile, eliminare le asimmetrie di utilizzo, facendo in modo che tanto dal lato della committenza, quanto da quello delle imprese, vi sia un linguaggio comune con il quale dialogare e si possano così raggiungere i vantaggi generali già citati.
Per questo è importante cercare di assicurare che l’impegno delle imprese a utilizzare il BIM si accompagni all’interesse e all’utilizzo del BIM da parte dei soggetti appaltanti, dei progettisti, dei fornitori di materiali, e in generale di tutti gli operatori che intervengono nel processo edile.
In secondo luogo, non è vero che il BIM è uno strumento adatto solo ai lavori medio-grandi. Certo le più grandi realtà hanno maggiore facilità a recepire il BIM nella loro “cassetta degli attrezzi”, ma anche i soggetti di minori dimensioni possono giovarsene per ottimizzare i loro processi realizzativi e conseguire risultati importanti in termini di maggiore competitività.
Il BIM è quindi una “rivoluzione possibile”, ma occorre un’azione di stimolo soprattutto in fase di prima diffusione dello strumento. La necessità di uno stimolo pubblico Stimolo costituito da una vera e propria strategia nazionale per il BIM da adottare a livello governativo, similmente a quanto fatto da altri Paesi europei come la Gran Bretagna, la Germania o la Francia.
Occorre qui dire innanzitutto che Ance condivide il principio che il nuovo Codice degli appalti, recentemente entrato in vigore, stabilisce: la previsione di un percorso di graduale introduzione del BIM negli appalti pubblici, attraverso la leva della facoltatività per le stazioni appaltanti che lo utilizzeranno - a condizione che sappiano gestirlo.
Data l’attuale situazione, l’obbligatorietà a breve termine sarebbe stata vissuta come una forzatura foriera di costi non indifferenti per le imprese e la committenza.
Inoltre, il nuovo Codice degli appalti pubblici lega il percorso verso il BIM a una “strategia di digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche e del settore delle costruzioni”. Trova quindi per la prima volta spazio nella legislazione italiana il tema della “strategia”, che è tutt’altro che una semplice fissazione di obblighi.
È un percorso che già altri paesi europei hanno avviato.
Le esperienze europee: strategie e investimenti In primo luogo, è la stessa Commissione europea ad aver lanciato un piano per sostenere e collegare le iniziative nazionali per la digitalizzazione dell'industria e dei servizi connessi in tutti i settori, al fine di creare un mercato unico digitale. Tale piano dovrebbe mobilitare più di 50 miliardi di euro di risorse pubbliche e private a sostegno della digitalizzazione dell'industria. Il settore edile, insieme ad altri settori manifatturieri tradizionali, è riconosciuto dalla Commissione come “particolarmente indietro per quanto riguarda la trasformazione digitale”.
In Gran Bretagna il BIM è oggetto di un piano strategico iniziato nel 2011 quando fu previsto per legge, per tutti i progetti pubblici a partire dal 2016, l’utilizzo del livello 2 di BIM. Per lo stesso programma 2011-2016 sono stati investiti 5 milioni di sterline.
Oggi il nuovo programma, denominato “Digital Built Britain”, prevede un investimento pubblico pari a circa 15 milioni di sterline fino al 2019.
Un percorso simile è quello di cui si è dotata recentemente la Germania. Nel marzo scorso è stato pubblicata la “Roadmap per la progettazione e costruzione digitalizzata”, in cui il BIM è stato riconosciuto un driver di sviluppo del settore ad elevato potenziale.
Parallelamente, il governo tedesco ha annunciato la prossima messa a disposizione di adeguate risorse economiche, al fine di assistere le imprese di piccola e media dimensione nella transizione verso la digitalizzazione.
La Francia ha stanziato 20 milioni di euro per il piano di transizione digitale per il settore delle costruzioni, mentre i Paesi nordici (Norvegia, Finlandia, Danimarca) hanno attuato programmi sul BIM varati già nel 2007/2009.
L’esperienza italiana:
l’impegno della filiera e il progetto InnovAnce In controtendenza rispetto agli altri Paesi europei, l’Italia ha finora visto come principale “input” allo sviluppo e alla diffusione del BIM il settore privato, ovvero la collaborazione tra i vari stakeholder della filiera compreso l’ambito della normazione volontaria.
Alcuni anni fa l’Ance si era fatta promotrice, insieme ad alcune associazioni industriali di produttori di materiali, università, il CNR, e case produttrici di software, del progetto di ricerca INNOVance, tra i vincitori del Bando Industria 2015 sull’efficienza energetica.
Il risultato cui puntava INNOVance era una piattaforma collaborativa di gestione delle informazioni di filiera: dal prodotto “componente” (sabbia, finestra, caldaia, ecc.) al prodotto “risultante” (edificio, infrastruttura, ambiente), passando per la gestione – informativa - dei mezzi e delle attrezzature, delle risorse umane, delle lavorazioni e della sicurezza.
Il Progetto è terminato ed il prototipo della piattaforma è stato realizzato e messo a disposizione del Ministero. Per la messa on-line della piattaforma e la sua definitiva disponibilità - proprio in ragione delle sue peculiarità e complessità, uniche nel mercato attuale - serve ancora uno sforzo in termini di tempo e di costi per il suo passaggio da prototipo a prodotto finito di cui potranno beneficiare sia il settore pubblico che quello privato.
D’altro canto, anche l’UNI, ovvero l’Ente nazionale della normazione volontaria, ha contribuito per dotare la filiera delle costruzioni dei necessari riferimenti normativi.
Tali esperienze dimostrano come l’Italia non sia comunque “alla finestra” in Europa e nel mondo, per quanto occorra il fondamentale contributo del settore pubblico – in termini sia di regolazioni sia di investimenti - affinché gli sforzi della filiera siano accompagnati e sostenuti adeguatamente come avviene negli altri Paesi europei.
Il percorso per la digitalizzazione del settore delle costruzioni In conclusione, la strada per un utilizzo diffuso del BIM è ancora lunga.
L’informazione e soprattutto la formazione sono le priorità su cui occorre puntare adesso a livello associativo, incrementando la quota di corsi formativi finanziati coi fondi regionali.
Inoltre, spingere affinché il BIM sia maggiormente utilizzato a livello aziendale è necessario ma non basta: occorre anche colmare il gap esistente con la Committenza e gli altri attori della filiera, altrimenti il “dividendo di benefici” di cui dicevo non si concretizzerà.
Come avvenuto in altri settori industriali, l'innovazione passerà dall'informatizzazione e dall'organizzazione delle informazioni scambiate tra le varie fasi di lavorazione. Lavorare sul processo di integrazione delle informazioni vuol dire cambiare la cultura imprenditoriale delle costruzioni e questa, credo, sia la vera sfida del BIM. 
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